Se, come possiamo dedurre dall’osservazione dei più antichi graffiti, le donne e gli uomini hanno imparato prima ad ornarsi che a vestirsi, una ragione ci sarà. L’amore per i monili di ogni genere è, infatti, così profondamente radicato nell’umanità che interessa trasversalmente tutti i paesi, le epoche e le classi sociali, anche per il valore scaramantico che sempre e ovunque è stato loro attribuito. Il desiderio secolare di trovare la pietra filosofale, capace di trasformare il metallo in oro, sembra in qualche modo realizzarsi quando, alla fine del XVIII secolo, nasce in Francia, in Inghilterra ed in America una vera e propria industria dell’ornamento non prezioso. Ma è stato negli Stati Uniti del XIX secolo che una concomitanza di condizioni storiche, economiche, geografiche e sociali permisero la fioritura di una nuovo modello basato sulla economia di mercato, sui grandi numeri, sull’unione di avanzamenti tecnologici e loro applicazioni merceologiche. In una società multietnica come quella americana, dove l’espressione esteriore dell’appartenenza alla Nazione era, per tanti immigrati, quasi un dovere, il contrassegnare le feste, i riti, le usanze con monili che avessero una comune iconografia generò una industria di costume jewelry, o bijoux di fantasia, che non ha eguali nella storia del costume. Lo sviluppo dell’industria metalmeccanica fu il fertile terreno in cui si alimentò il cambiamento radicale nella produzione dei bjioux. Con la costruzione di macchine capaci di tagliare, sagomare e saldare i componenti base di ogni oggetto di gioielleria la produzione diventò infatti in gran parte meccanizzata e scomparve quasi del tutto la figura dell’artigiano specializzato in grado di seguire tutto il procedimento dall’ideazione del disegno alla lucidatura dell’oggetto finito. Molte delle fasi della lavorazione, rigidamente distinte e suddivise, furono affidate a lavoratori non specializzati, i bench workers, adatti a realizzare una produzione di massa. Le tristi vicende storiche dell’Europa (due guerre mondiali, le persecuzioni razziali e le dure crisi economiche) insieme con l’eccezionale crescita della produzione industriale statunitense produssero ondate di immigrazione europea verso il “sogno americano, fenomeno che, tra il 1850 ed il 1920, raggiunse livelli elevatissimi.
Migliaia di uomini e donne partirono, spesso dal porto di Genova, per l’America. Lasciavano alle loro spalle difficili condizioni economiche, o pogrom razziali, e approdavano negli Stati Uniti rincorrendo il sogno americano e portandovi il loro lavoro e le capacità artigianali ed artistiche acquisite in Europa. Erano italiani, ebrei, russi. Sbarcavano a New York e venivano incanalati nel selvaggio mercato del lavoro dell'America d'inizio secolo. Crearono il più fiorente e divertente mercato di bijoux, per tutte le tasche, i gusti e le tendenze. Providence, Rhode Island, divenne la capitale del bijoux di fantasia. Gran parte degli immigrati provenienti dal nostro paese trovarono dunque lavoro proprio nella zona di Providence e Bridgeport, dove riuscirono a mettere a frutto nel migliore dei modi la tradizione artigianale italiana legata all’oreficeria e alla lavorazione dei metalli. Molti degli eventi legati alla storia di questo secolo hanno contribuito a portare la qualità dei bijoux a livelli altissimi, e ad incrementarne la produzione e la diffusione.
Se negli anni Venti del Novecento le nuove conquiste tecnologiche avevano da un lato attenuato la disparità economica fra le classi sociali, dall’altro messo a disposizione materiali nuovi che sostituivano con buoni risultati pietre e metalli preziosi, la depressione del 1929 costrinse gioiellieri e artigiani a dirottare le loro capacità verso il settore del gioiello fantasia che era più commerciabile, e prosperò proprio grazie alla crisi.
Sulla scia di donne famose come molte delle first lady, da Mamie Eisenhower a Jackie Kennedy a Hillary Clinton, grandi star di Hollywood come Liz Taylor e Audrey Hepburn, o protagoniste del jet set come la duchessa di Windsor e la mitica direttrice di Vogue Diana Vreeland, donne di ogni condizione sono rimaste affascinate dalla grazia, la bellezza, lo humour di questi straordinari oggetti del desiderio, decretandone un successo sempre crescente.
La grande richiesta da parte del pubblico, stimolò naturalmente l’interesse di designer sempre più qualificati, che valorizzarono tanto la qualità dei bijoux, da permettere l’affermazione di nuove tendenze stilistiche autonome e sempre più ricercate in tutta l’America: nella mecca del cinema, il bijoutier delle dive, Joseph of Hollywood creava monili per centinaia di pellicole di gran successo, come Via col vento, per citare solo il film più noto. Trifari, Schiaparelli, Pennino, Panetta, e forse i meno noti come Gene Verrecchia (che americanizzò il cognome abruzzese in Verri), i cui genitori erano arrivati in America, a Providence, Rhode Island, da un piccolo paese dell’Abruzzo con l’ondata di emigranti delle fine dell’800. L’ultimo grande designer vivente, che unisce l’entusiasmo degli anni Cinquanta ad una continua ricerca di temi e materiale è senza dubbio Kenneth Jay Lane. Sofisticato, affascinante, ironico, divenne presto amico e consigliere di donne famose, come l’americana Wallis Simpson, duchessa di Windsor, abitualmente ricoperta di gioielli veri da un uomo così innamorato da rinunciare per lei al trono inglese, che non solo indossò i suoi monili di fantasia in circostanze ufficiali, ma che addirittura lasciò scritto di voler essere sepolta con una delle cose che le erano più care, una cintura di enormi strass, che Lane aveva disegnato per lei. Nel nuovo giardino dell’Eden della “moda per tutte”, che s’ispira ad un mondo naturalistico, gli oggetti festosi e rilucenti dell’illusione fioriscono con corolle inedite ed insetti fantastici, per sconfiggere l’assioma contemporaneo che solo ricco è bello e ricordarci che la bachelite e la plastica possono essere più amici delle donne dei mitici diamanti canticchiati da Marilyn Monroe.
Creatività e storia nei bijoux americani di fantasia d’epoca
da: Conferenza e mostra di bijoux americani d’epoca a cura
della
Professoressa Maria Teresa Cannizzaro
Museo Luzzati, Porta Siberia - Area Porto Antico, Genova