LA BAMBOLA ITALIANA: LA FURGA
di PAOLA BERETTA
Monsignor Fulvio Tessaroli, nelle sue Memorie di Canneto sull'Oglio (Asola, Scalini & Carrara, 1934), descrive l'industria locale di bambole e giocattoli e racconta come la Furga producesse vari tipi di bambole. A proposito del pastello (questo nome deriva dal fatto che, amalgamando i vari elementi della composizione, si otteneva una pasta che, opportunamente assottigliata, veniva applicata agli stampi), egli scrive: "L'impasto per le bambole è composto di scarti di cotone, amido, caolino o terra di Vicenza e segatura di legno. Le operaie stampatrici l'applicano allo stampo; le raspatrici ne puliscono la composizione; le pittrici danno colore e vernice; le applicatrici uniscono insieme le varie membra dando figura di bambola; le camiciaie e le sarte confezionano le vesti; le pettinatrici ravviano le chiome; le scattolaie preparano le scatole nelle quali altre operaie collocano, dopo averle vestite, le bambole. Le quali sono di ogni dimensione, dalle piccole di alcuni centimetri di altezza a quelle alte un metro, e di varie categorie: quella infrangibile composte del suddetto impasto (ndr pastello), la biscuit con la testa di porcellana; e la Lenci formata in stoffa". Queste pagine testimoniano dunque che intorno agli anni '30 si producevano ancora bambole con testa in biscuit e ci indicano inoltre la "ricetta" per la produzione del pastello. In quanto alle bambole dal Tessaroli chiamate Lenci, non deve stupirci tale definizione per bambole in stoffa che, pur se accurate, nulla hanno a che vedere con l'originale produzione torinese, ma l'uso della parola pannolenci per definire il feltro è ancora oggi molto usata a testimonianza della fama e dell'importanza che aveva raggiunto la ditta torinese e, forse, si faceva anche un poco di confusione, affiancando le bambole ricoperte in feltro a quelle in stoffa imbottita. Le bambole con corpo in stoffa imbottita sono state prodotte nello stesso modo per oltre un decennio, caratterizzando la produzione "autarchica" di una Italia che non poteva permettersi materiali più nobili, ma ancora alla fine degli anni '40 e nei primi anni '50 piccole ditte locali - che proprio in quegli anni andavano nascendo ed affermandosi - iniziano la loro impresa producendo proprio questi modelli. Ovviamente esistevano già in commercio bambole in composizioni o in materiali plastici, più moderne ed elaborate, ma quelle in stoffa erano decisamente le più economiche e, nell'Italia del dopoguerra, continuarono ad avere un certo mercato. La continua ricerca di nuovi materiali nell'industria del giocattolo porta all'introduzione, nel periodo post-bellico, di una particolare composizione: il colaggio. Il colaggio era costituito da un composto di diversi materiali (caolino, colla, gelatina, pomice, destrina, pece greca, olio di lino cotto) misti ad acqua, composto che veniva colato - da qui il nome - negli stampi. Gli ingredienti venivano amalgamati in una pentola a bagnomaria fino ad ottenere una pasta liquida che veniva colata, attraverso un foro, in due mezzi stampi in gesso, uniti insieme a formare la parte completa. Rotazione dello stampo e finitura del pezzo erano simili alla lavorazione del biscuit, salvo che il colaggio, raffreddandosi, prendeva subito una certa consistenza e quindi non richiedeva cottura: era lasciato ad essiccare in appositi forni. Ad essicatura avvenuta, il pezzo veniva lisciato e si procedeva alla gessatura (ma solo nei prodotti di maggior pregio), all'inserimento degli occhi (se il modello li richiedeva), ed infine alla decorazione. In queste bambole, la testa è chiusa da una calotta in cartapesta, su cui è incollata una parrucca in rayon. Con l'introduzione del colaggio fanno la loro comparsa, anche nella produzione Furga, complessi meccanismi a chiave per il movimento della bambola. Alcune bambole prodotte in questo periodo sono interamente in colaggio, altre presentano l'abbinamento di due o più materiali. E se la produzione Furga degli anni '30 è caratterizzata dal binomio cartapesta-stoffa, quella del decennio successivo presenta l'abbinamento di due o più materiali: colaggio con cartapesta, cartapesta con lenzuolino vinilico imbottito di kapok, colaggio con stoffa ed altri ancora. Il riciclaggio di materiali differenti ed il loro accoppiamento era abbastanza comune: tra le numerose teste in biscuit ritrovate nel Palazzo Furga ve ne sono molte che, sopra l'incarnato rosa pallido e la dipintura quasi eterea tipici della bambola di fine '800, hanno uno strato di colore molto più scuro, con un trucco più accentuato, che le rende simili a teste in colaggio: evidentemente si cercava di dare fondo alle scorte di magazzino.
Reparto Furga per il confezionamento delle bambole.
Seconda metà degli anni ’40.
Ma la Furga non ha prodotto solo bambole: allo stato attuale delle ricerche non è possibile datare con precisione l'inizio della produzione di giocattoli in legno, ma si può presumere che essa sia iniziata a cavallo tra i due secoli: rimangono soltanto alcune testimonianze fotografiche molto importanti e poche altre ancora. In un buono d'ordine di tale Walter Zimmer, commerciante londinese, datato 22 febbraio 1915, oltre alle bambole, compaiono citati anche "battipiatti, fucili a capsula, cavalli". Da una fotografia datata 1930 rileviamo una ricca produzione di giocattoli: cavalli a dondolo in legno intagliato, animali e pupazzi trainabili, trampolieri, racchette, piccoli mobili, teatrini. Monsignor Tessaroli, nelle sue Memorie scrive ancora: "Oltre le bambole si fabbricano cavalli a strella (ndr trainabili) e a dondolo, fucili, carrettini, pagliacci della serie Corriere dei Piccoli, mobilio lillipuziano per camere, servizietti di porcellana e quant'altro può formare la delizia dell'infanzia innocente". Dal racconto di alcune operaie della Furga, sappiamo che, sul finire degli anni '30 si producevano giocattoli d'ogni tipo, dallo zoo - con piccoli animali in cartapesta e serraglio in legno - ai pupazzi dal moto perpetuo, alle trottole, ai piccoli mobili. Ma nello stesso reparto si lavoravano anche le zampe e le scocche in legno per i cavalli a dondolo, che erano invece in cartapesta dipinta o in cartapesta ricoperta in feltro. Alle donne era affidato il compito di sagomare e levigare i pezzi, partendo da un prisma di legno sul quale era stata disegnata la sagoma del pezzo da realizzare. La colorazione era fatta con le aniline: in grandi contenitori, con i diversi colori occorrenti, venivano immerse le parti staccate di un singolo giocattolo. Una volta colorate ed asciugate, erano ancora le operaie che, con chiodi e colle, costruivano il pezzo. La finitura veniva fatta in un altro reparto, a mano per le decorazioni a filetto e con aerografo e mascherine per i disegni più complessi. Fotografie della sala campionaria della Furga, nell'immediato dopoguerra, testimoniano la produzione di piccole giostre, pupazzi, giochi trainabili, paperette che potevano essere trainate mediante una cordicella ma che, inserendo un bastone in un foro praticato sul retro del giocattolo, il bambino poteva anche spingere, una singolare teleferica a molla e, soprattutto, la serie di personaggi prodotti su licenza della Walt Disney: "Pinocchio", "Geppetto", "I sette nani", in cartapesta e legno.
"Pinocchio", prodotto dalla Furga su licenza della Walt Disney intorno alla metà degli anni ’40, in cartapesta, composizione e legno.
Un catalogo Furga degli stessi anni pubblicizza poi un "Bauletto con bambola", in legno, diviso in scomparti e cassetti per riporvi abiti e accessori e un "Armadio con bambola" che, una volta aperto, rivelava - oltre a ripiani e cassetti - un letto ripiegabile. Al pari di questi due esempi, altri giocattoli in legno, prodotti tra la fine del secondo conflitto mondiale e i primi anni '50, sono da considerarsi complementari ad alcune bambole più che un giocattolo vero e proprio: "Tonino" con il suo seggiolone che, munito di una leva, permetteva il movimento della bambola o il "bébés primi passi" che, grazie al sostegno costituito dal proprio girello in legno, camminava. Tra la fine degli anni '50 ed i primi anni '60, troviamo invece grossi mobili in legno laccato, con due cassetti ed una ribalta, che potevano fungere da scrivania o da fasciatoi per le bambole. Con la fine del secondo conflitto mondiale la produzione di giocattoli aveva subito una forte spinta propulsiva grazie alla ricerca tecnologica e scientifica: si passa dall'uso dei materiali naturali ai materiali sintetici e diventa dunque possibile produrre milioni di bambole, tutte uguali, su scala industriale. Le bambole Furga prodotte nei primi anni '50 sono in polistirolo. Utilizzando materiale riciclato - che di conseguenza richiedeva una verniciatura finale a spruzzo - si produssero bambole caratterizzate da un colore piuttosto bruno, rigide, con meccanismi per il movimento e per la voce. Queste bambole montano occhi in materiale plastico, con lunghe ciglia, che si chiudono e possono guardare di lato e parrucche in rayon incollate sulla testa.
Marchio Furga in uso dall’immediato dopoguerra agli anni ’50.
Piera Micheletti, nel suo Bambole Italiane (Tirrenia, Edizioni del Cerro, 1994), descrive così il sistema di lavorazione del polistirolo: Il materiale, a forma di granuli, veniva immesso in una macchina per lo stampaggio ad iniezione. Su di essa veniva montato uno stampo nel quale vi erano le impronte del corpo, della testa o degli arti. Per ognuna di queste parti lo stampo aveva una parte anteriore ed una posteriore, ad esempio, per la testa vi era una impronta per il viso ed una per la nuca. Il materiale riscaldato elettricamente fino ad un punto di rammollimento, veniva spinto con grande pressione nella cavità per mezzo di un cilindro iniettore o di una coclea. Dopo la pausa di raffreddamento i pezzi venivano espulsi ed erano pronti per essere uniti con un collante a base di polistirolo sciolto con un diluente; si provvedeva poi alla limatura e alla raschiatura". A metà degli anni '50 inizia invece la produzione di bambole in polietilene (polietene). Il nuovo materiale - chiamato soffiato - è, rispetto al polistirolo, più flessibile e resistente e permette di eliminare le operazioni manuali di incollaggio e finitura dei pezzi. Inoltre, e questo è un particolare non trascurabile, il polietilene non richiede una dipintura successiva, dal momento che è possibile colorarlo in massa. Le bambole hanno quindi un incarnato molto chiaro, uniforme e più naturale; portano ancora parrucche incollate sulla testa, ed i vari pezzi sono tenuti insieme da elastici. Il polietilene, che allo stato grezzo si presenta in granuli, viene lavorato mediante un sistema di soffiaggio non molto dissimile da quello utilizzato per la celluloide: un getto di aria calda, soffiata all'interno di uno stampo, gonfia e fa aderire il materiale plastico alle pareti dello stampo stesso. Una volta raffreddato lo stampo, il pezzo è pronto. La vera rivoluzione nell'industria del giocattolo avviene alla fine degli anni '50, con l'applicazione del cloruro di polivinile - meglio conosciuto come PVC o vinile - e la Furga fu una delle prime aziende ad introdurlo nei propri cicli produttivi.
"Mike Bongiorno", bambola in vinile e gomma, prodotta dalla Furga per la trasmissione "Lascia o raddoppia?" intorno al 1958. La bambola fu prodotta in tre diverse versioni - con abito da sera, da sciatore e da fantino – e veniva donata ai concorrenti del famoso quiz di Mike Bongiorno.
(Fotografia tratta dal catalogo della mostra "Pinocchi bambole e balocchi", a cura di Patrizia Bonato e Marco Tosa, edito da Silvana Editoriale nel 1999)
Le prime bambole in vinile avevano solo testa ed arti in questo materiale, mentre il corpo era ancora in stoffa imbottita. I capelli, in nylon, sono ora radicati direttamente sulla testa (cuciti mediante una apposita macchina) e finalmente si possono pettinare senza rovinarne l'acconciatura. Testa ed arti si inseriscono sul corpo mediante un sistema ad avvitamento. Il trucco è dato a spruzzo o a mano, con l'ausilio di apposite maschere. Per la fabbricazione di bambole si usa il plastisol, ottenuto dall'unione di PVC in emulsione con plastificanti, stabilizzanti e coloranti. Per le prime bambole, la Furga utilizzò il sistema cosiddetto a trasvuoto. Si riempiva con il plastisol uno stampo, precedentemente riscaldato per due o tre minuti. Il plastisol andava ad aderire alle pareti dello stampo, formando il pezzo, mentre il materiale in eccesso veniva vuotato manualmente. Lo stampo era quindi posto in forno per la cottura definitiva. In seguito venne introdotto lo stampaggio a rotazione, tuttora utilizzato: una prefissata quantità di plastisol viene immessa nello stampo attraverso un foro, corrispondente ai punti di giuntura della bambola. Lo stampo è a sua volta fissato su di una giostra rotante, collocata all'interno di un forno, che effettua un movimento di rotazione e rivoluzione. Per effetto di questo movimento il plastisol aderisce alle pareti dello stampo e raggiunge lo spessore voluto in base alla quantità di materiale immesso. Nonostante l'importanza che la Furga, almeno a livello nazionale, aveva assunto sino al periodo postbellico, è con il vinile che essa, e di conseguenza tutto il distretto industriale di Canneto, diventa universalmente nota e inizia a produrre "le + belle bambole del mondo", come recitava un suo famoso slogan. I bébés in vinile prodotti dalla Furga nei primi anni `60 sono caratterizzati da espressioni molto realistiche: visi paffuti e rugosi, con fossette, pieghe ed il tipico gonfiore dei neonati sotto gli occhi che ne fanno neonati quasi veri. Forse è per questo che, sollecitando teneri istinti materni, bébés come "Andrea" e "Poldina" ebbero un successo ineguagliabile e restano, indelebili, nel ricordo di molte delle loro ex mamme. Ma ricostruire la storia della bambola significa anche ricostruire la storia della società e della cultura che l'ha prodotta: a metà degli anni '60, mentre le donne italiane guadagnano un ruolo sempre maggiore all'interno della società, la Furga - ma la tendenza era generale - crea bambole teen-ager, con gambe più lunghe rispetto alle precedenti, un corpo ancora acerbo ma in cui si intuisce la prossima maturità, lunghi e fluenti capelli, pronti per essere pettinati ed acconciati in mille modi. Ispirate ad attrici, cantanti e mannequin in voga negli anni '60, bambole come "Susanna", "Sylvie" e "Sheila" erano corredate da innumerevoli abiti, per ogni situazione e momento della giornata, mobili, profumi, parrucche, gioielli, borse, valigie e mille altri accessori. E proprio in questo sta il segreto del loro successo: vestendo, pettinando, facendo agire la propria bambola, la bambina si proiettava in un mondo nuovo, fatto anche di frivolezze e civetteria, ma preparandosi soprattutto a vivere in modo diverso dalle precedenti generazioni la propria femminilità.
Marchio Furga in uso dai primi anni ’60 al 1975 circa.
L'introduzione nei processi produttivi delle nuove materie plastiche, aveva accentuato la vocazione della grande azienda cannetese per le bambole. E se, fino all'immediato dopoguerra, bambole, giocattoli in legno e cavalli a dondolo si equivalevano nella produzione, con le nuove tecnologie la Furga abbandona a poco a poco il legno. Verso la fine degli anni '60 produce ancora giocattoli, ma in plastica, come "Lumirama" - rielaborazione del gioco dei chiodini che permette di creare composizioni luminose - o "Enciclopedia elettronica". Nei primi anni '70 però torna a inserire nei propri cataloghi giocattoli in legno per la prima infanzia: fu la BeroToys - attiva a Fondo, in provincia di Trento - a produrre per Furga questi giocattoli, componibili e trainabili. Si trattò forse del tentativo di occupare una fetta di mercato molto importante com'è appunto il gioco pre-scolastico e diversificare la produzione, dal momento che erano alla vista i primi sentori di una crisi - che si sarebbe rivelata profonda - della bambola tradizionale. Infatti, a metà degli anni '70 - proprio in coincidenza con una certa flessione nel mercato della bambola, l'aumento del costo del lavoro e delle materie prime, le forti turbolenze politiche e sindacali - la Furga conosce un periodo di gravi difficoltà.
Marchio Furga in uso dal 1975 al 1993.
Tra l'altro, nel 1975, la Famiglia Furga perde il controllo dell'azienda. E la produzione cambia con il mutare degli eventi e delle leggi di mercato: dalle bambole dedicate all'infanzia ed ai suoi giochi, si passa a bambole che non hanno più una precisa funzione ludica. Piccole pupattole collezionabili (famosa rimane la serie di "Eva nella mela", "Cacio con la pera", eccetera), magari ispirate ai personaggi televisivi, dame settecentesche, pupazzi, bambole di pezza, tutte dettate da sempre nuove e svariate esigenze del mercato moderno. Degne di nota (che qui citiamo per tutti gli altri modelli che meriterebbero di essere ricordati, ma che per ragioni di spazio non possiamo fare) rimangono "Lisa Jean", con gambe snodate alle ginocchia (almeno nella prima versione), completa di casa, mobili da giardino, piscina e quant'altro, prodotta dalla metà degli anni '70 e le bambole "Biribiki". Queste ultime, fabbricate intorno al 1990 - anche se in serie limitata e oggi poco conosciuta - indossano abiti disegnati appositamente da Biki Puccini; sono in vinile rigido, con snodi sferici agli arti collegati fra loro da elastici come nelle antiche lavorazioni. La Luigi Furga & C., che tanta parte ha avuto nella storia del giocattolo italiano, è stata chiusa nel 1993. Il marchio "Furga" rimane soltanto quale linea produttiva dell'azienda proprietaria, la Grazioli spa, che tuttora ha una lavorazione - seppur esigua - di bambole e bebès, con la riproposizione di modelli famosi come "Andrea" e "Poldina".